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GLI OCCHIALI
BREVE STORIA DELL'OCCHIALE
Rileggendo la storia degli occhiali é proprio il caso di dire che questo strumento, così importante e per noi oggi così ovvio, é stato spesso perso di vista in passato al punto che le sue origini sono tuttora incerte e discussa ne è la paternità. Vari studiosi nell'arco dei secoli si sono interessati a questo enigma e fra le diverse interpretazioni e congetture sembra prevalere quella che attribuisce l'invenzione degli occhiali ad un anonimo italiano probabilmente veneto, intorno alla metà del XIII secolo. Più indietro nel tempo non si trova traccia di occhiali né, soprattutto, citazioni degne di fede. E' legittimo supporre che i romani, che producevano il vetro molto bene, si avvalessero di qualche mezzo di ingrandimento, ma nessuno pensò di utilizzarlo per alleviare la fatica di leggere anche perché allora le occasioni di lettura erano molto rare e riservate a pochi. Sappiamo che Seneca conosceva l'azione prismatica delle superfici di vetro sfaccettate e che i piccoli caratteri vengono ingranditi se osservati attraverso una bottiglia di vetro di forma sferica piena d'acqua. Sappiamo che Nerone era solito guardare i giochi del circo attraverso una lente di smeraldo probabilmente perché il colore verde ha un effetto riposante sulla vista anche se non si può escludere che, in maniera del tutto casuale, il taglio particolare di quella pietra acquistasse il pregio di correggere la miopia. Fu comunque un vezzo molto imitato e 'l'occhiale' di Nerone è passato alla storia. Come mezzo d'ingrandimento abituale, i romani e i greci usavano lo specchio concavo utilizzato anche per altri scopi: Demostene per esempio studiava davanti allo specchio le mosse delle sue orazioni ed Archimede, grazie agli specchi ustori, incendiò le navi romane ancorate sotto le mura di Siracusa.Di lenti di ingrandimento vere e proprie parla per la prima volta il fisico arabo Alhazen (996-l038) nella parte terza del suo celebre trattato di ottica osserva che, mediante un segmento sferico di vetro (quindi una lente piano-convessa) si possono ottenete immagini ingrandite. Nel 1268 il filosofo inglese Ruggero Bacone, perseguitato e incarcerato per i suoi scritti che si ritenevano ispirati dal diavolo, scrisse nel suo Opus Majus un importante modulo nella storia dell'occhiale quando descrisse l'azione di ingrandimento della lente convessa e ne suggerì l'uso a chi avesse problemi di vista:' con questo strumento tutti coloro che hanno occhi malati possono vedere ingrandita anche la lettera più piccola.' Bacone ebbe quindi il merito di intuire che le lenti convesse potevano essere usate per facilitare la lettura (nella presbiopia) ma non fu lui l'inventore degli occhiali anche se fu senza dubbio contemporaneo all'invenzione. I documenti più antichi parlano esplicitamente dell'arte di fare lenti per occhiali e da ingrandimento sono i modulari veneziani del 1300. In data 15 Giugno 1301 in un paragrafo riguardante la Corporazione degli artigiani del vetro e del cristallo di rocca, si prescrive che coloro che intendono fabbricare 'vitreos ab oculis ad legendum' siano iscritti alla Corporazione dei 'cristalleri' e si impegnino a non diffondere all'esterno di Venezia i segreti di quest'arte preziosa. Per i trasgressori erano previste pene severe. Enrico De Lotto, medico umanista e profondo conoscitore dell'industria italiana degli occhiali, scrive nella sua opera 'Dallo smeraldo di Nerone agli occhiali del Cadore': 'Se nel 1300 nella città di Venezia esistevano disposizioni così chiare e draconiane contro i falsificatori, significa che l'industria dei fabbricanti di occhiali era ben radicata e fiorente nella zona e se ne dovevano diffondere con attenzione i segreti. Un'arte che si falsifica è un'arte evoluta e perciò doveva essere già da tempo praticata nella Repubblica Veneta, molto prima del 1300, quasi certamente fin dal 1285.' Venezia del resto era l'unica città d'Europa che nel XIII secolo conosceva i segreti della fabbricazione del vetro da quando quest'arte era stata completamente abbandonata e dimenticata in occidente dopo la caduta dell'Impero Romano. Venezia custodiva gelosamente questo monopolio al punto che nel 1289 il Consiglio dei Dieci decise di trasferire tutte le fabbriche di vetro nell'isola di Murano (dove fioriscono ancora oggi per assicurare una vigilanza più efficace all'arte vetraria e preservarne la segretezza). Probabilmente Frate Alessandro della Spina, un domenicano di grande ingegno al quale è stato erroneamente attribuito il merito dell'invenzione degli occhiali, imparò il metodo di fabbricazione a Venezia, dove l'ordine domenicano aveva un convento, e lo divulgò in seguito in Toscana. I frati domenicani svolsero del resto un ruolo decisivo nella diffusione degli occhiali trovandovi grande giovamento nella faticosa opera di traduzione di quel complesso patrimonio letterario e storico della civiltà araba, greca e romana che grazie a loro ci è stato tramandato. La più antica ura con occhiali esistente al mondo è un domenicano: il vescovo Ugone da Provenza dipinto da Tommaso da Modena nel 1252. La sua efie, che per la prima volta testimonia l'uso dell'occhiale da vista, è conservata nella bella chiesa di S. Nicolò a Treviso nella regione Veneto. Se l'invenzione dell'occhiale è databile presumibilmente intorno alla metà del XIII secolo, occorre attendere ancora due secoli per avere una significativa diffusione di questo prezioso strumento. Fu infatti l'invenzione della stampa a metà del XV secolo a dare un certo impulso all'utilizzo di occhiali quando ai manoscritti preziosi e rari, si aggiunsero libri stampati, accessibili a un maggior numero di persone. La possibilità di leggere più nitidamente la ina scritta con i piccoli caratteri a stampa assunse così una reale importanza commerciale e favorì lo sviluppo della fabbricazione di occhiali. I primi esemplari avevano lenti biconvesse ed erano utilizzabili per correggere la presbiopia. Solo nella seconda metà del XV secolo compaiono gli occhiali per miopi confezionati con lenti biconcave mentre occorre arrivare alla fine del '700 per trovare gli occhiali bifocali. L'invenzione delle lenti cosiddette 'doppie' è attribuita a Beniamino Franklin che trovando insopportabile dover cambiare ogni momento occhiali per vedere da vicino e da lontano, pensò di adoperare per ciascun occhio due lenti spezzate a metà. In realtà Franklin fu solo uno dei primi illustri utilizzatori delle lenti bifocali ma l'idea e la realizzazione sembrano spettare a due inventori distinti che in date e luoghi diversi arrivarono a mettere a punto la stessa geniale soluzione delle lenti bifocali: S. Pierce nel 1760 ed A. Smith nel 1783. Nei primi anni del '700, l'ottico inglese Edward Scarlett inventò le stanghette rigide che risolvevano una volta per tutte il problema di tenere fermi gli occhiali. Sempre in questo periodo nel fastoso e decadente ambiente veneziano e alla Corte di Francia, e la moda dell'occhialino. Era questo un autentico capolavoro di oreficeria realizzato e altri materiali rari, ornato con pietre preziose e addirittura con porcellane di Sevres.Queste montature elaborate e ricche di decorazioni costituivano un vero e proprio status symbol a quell'epoca oltre che un ricercato accessorio di moda ed erano utilizzate anche da chi non aveva assolutamente bisogno di correzioni di vista. Non c'era gentildonna, giovane o vecchia, che uscisse di casa senza il suo prezioso occhialino con la lunga asta né gentiluomo sprovvisto della lente singola montata su asticciola e legata con un cordoncino al collo. L'occhialino fu l'accessorio di moda del '700 mentre il monocolo trattenuto nell'incavo dell'occhio dominò il secolo successivo in ambienti esclusivamente maschili insieme al 'pincez nez' molto più spartano utilizzato prevalentemente da uomini di legge e d'affari. Man mano che il progresso sociale e l'aumento degli scambi consentivano uno sviluppo economico più diffuso, l'occhiale diventava un oggetto alla portata di tutti. In Europa e, più tardi, in America sorsero importanti fabbriche di occhiali, mentre tanti piccoli artigiani in vari paesi fabbricavano alacremente occhiali di poco costo di solito venduti nelle vie e nei mercatini insieme a tante altre cianfrusaglie da venditori ambulanti vestiti in modo chiassoso per attirare l'attenzione dei passanti. Elegante e adorno di chiassosità per i ricchi che se lo facevano confezionare su misura, semplice e funzionale per chi lo usava di necessità, l'occhiale fin dalla sua nascita ha testimoniato un'attenzione via via crescente verso il design della montatura. I fabbricanti di occhiali, dall'umile montatura in cuoio a quella in metalli preziosi, hanno sempre cercato di conciliare le esigenze della funzionalità con quelle dell'estetica.
FORMA DELLE LENTI PER OCCHIALI NEL XVI E XVII SECOLO E I PROGRESSI DELL'OTTICA FISICA
Il primo occhiale in assoluto della storia fu
ideato e costruito molto probabilmente nel 1286 dal frate Alessandro Spina
presso il convento domenicano di S. Caterina in Pisa. Egli svolgeva la mansione
di miniaturista ed era sottoposto alla fastidiosa limitazione invalidante delle
lenti oftalmiche veneziane, il quale uso richiedeva l'impegno di una mano. Il
frate non volle svelare questa sua invenzione, cosa che fece un suo
confratello, anche lui miniaturista, dopo il suo decesso. Questo secondo
assunse i meriti di tale progetto, copiando il modello originale assemblando
due lenti oftalmiche veneziane con un compasso, dopodiché provvide a inforcarlo
sul naso e stringendo semplicemente la cerniera a frizione, ne ottenne
l'ancoraggio. Ciò è dimostrabile grazie ad alcuni documenti
datati 1306, i quali ricordano l'invenzione che risultò la più
importante conquista della medicina di tutto il medioevo scoperta 20'anni prima
cioè nel 1286. La prima testimonianza pittorica in
assoluto della storia degli occhiali sostenuti dal naso, è il ritratto
rafurante Ugo di Saint Cher con degli occhiali ancorati al naso, tramite lo
stesso metodo progettato da Alessandro da Spina 66 anni prima. I primi occhiali
per lontano vero già nel XV secolo, confezionati con lenti
biconcave per correggere la miopia. Di tali occhialine fecero uso in questo
secolo anche papa Leone X (1475-l521) e la famiglia dei Medici fortemente
miope. Verso la prima metà del XVI secolo vero le lenti ovali,
ciò e testimoniato in una tela risalente al 1510 che ritrae quattro
padri della Chiesa di cui uno portava occhiali a perno con lenti fortemente
ovali. Le forme rettangolari e quadrate vero all'incirca verso il 1570,
difatti nel 1572 l'elettore di Sassonia Augusto fece cercare delle lenti
quadrate. Nel 1623 Dava de Valdes parlava di occhiali da cataratta e per
protezione solare dette 'conserve'; erano lenti in semplice vetro a
forma di ferro di cavallo colorate in verde o azzurro. Keplero si era dato allo
studio delle lenti a menisco e allo stesso tempo nel1611 M.C.Dominis parla delle
lenti piano-sferiche attribuendone le capacità di avere un campo visivo
maggiore rispetto alle biconvesse. Nel 1583 George Bartisch accusa gli occhiali
di non avere capacità effettivamente correttive e invita i portatori di
questi curiosi strumenti a far uso di << un buon purgante che pulisca il
corpo dagli umori superflui che rischiara di più e contro i mali oculari
dovuti a stregoneria portare al collo il cuore e gli occhi di civetta essiccati
all'aria ecc.>> Anche se la scienza medica del tempo non s'interessò
affatto degli effetti ottici delle lenti, i costruttori di occhiali
continuarono imperterriti la loro fabbricazione sia pure sperimentando. Nel XVI
e XVII secolo vi furono le prime conquiste nel campo dell'ottica fisica
chiarendo alcuni punti essenziali dell'ottica fisiologica oculare; fra i nomi
più insigni troviamo Leonardo da Vinci (1452-l519), G.B.Della Porta
(1545-l615), Renato Dessectiunes (1596-l650), Francesco Maurolico Messinese
(1494-l575) e Keplero (1571-l630). Quest'ultimo intuì per primo la
formazione dell'immagine sulla retina e formula la teoria delle lenti
risolvendo il problema del meccanismo della visione fornendone una spiegazione
corretta. Il ben noto Galileo Galilei grazie all'uso delle lenti permise di
esplorare le vie del cielo lottando contro le superstizioni del tempo. In
questo periodo la scienza non si soffermò al perfezionamento delle lenti
oftalmiche, bensì si occupò soprattutto di poter rendere visibile
l'infinitamente lontano, grazie al cannocchiale e l'infinitamente piccolo
grazie al microscopio. Dava de Valdes, come abbiamo già visto, nel 1623
accennò gli occhiali con lenti colorate; ciò fu un preludio del
grande uso di occhiali protettivi affermatosi in questo secolo. Egli parla
anche delle possibili specie di montature svalutando quelle in metallo e
valorizzando quelle di tartaruga ed oggi da quelle in materie plastiche,
sostanze non molto diverse dal cuoio indurito.
Diffusione degli occhiali nel XVIII e XIX secolo e la fine delle occhialerie
veneziane
Le stampe del XVII e XVIII secolo mostrano come gli occhiali venivano
indossati liberamente appoggiati solo sulla radice nasale e ivano i primi
occhiali con stanghette. La misurazione della vista si effettuava provando una
serie di occhiali graduati in base all'età per miopi e presbiti. La
differenza tra presbiopia ed ipermetropia non era del tutto ancor chiara.
Tommaso Garzoni creò una graduazione non più riferente
all'età bensì in valori focali. Probabilmente il primo che
fissò tale gradazione fu Keplero (1571-l680). Dava de Valdes nel 1623 ci
lasciò uno schema di gradazione simile ai pollici, sostituito oggi da
quella in diottrie (molto simile). Gli occhiali avevano 30 gradi differenti, da
un diametro di due alunne arrivavano ad un diametro pari circa alla grandezza dell'occhio.
De Valdes agli operati da cataratta consiglia per il vicino occhiali da 10-l1
gradi mentre per il lontano da circa 20 gradi. Dopo il 1600 bisogna fare una
netta distinzione tra occhiali da vista e occhiali di protezione. Noi andremo
ad approfondirci nella categoria degli occhiali da vista. Dagli occhiali a
stanghetta costruiti probabilmente non prima del XVII secolo e in Sna, si
passò nel 1746 ad un nuovo Design progettato dall'ottico parigino Marco
Thomin (1707-l752). L'occhiale era sostenuto dalla presa di due astine prementi
sulle tempie. Nel 1700 nel lussuoso e decadente ambiente veneziano e
l'occhialino di lusso, un vero e proprio capolavoro d'oreficeria, in oro,
ornato con pietre preziose e moltissimi persino in porcellana e spesso con lenti
in zaffiro purissimo. A Venezia le fabbriche di occhiali ebbero un grande
risveglio verso fine '600 e inizi '700 man mano che la moda cresceva e
l'occhialino veniva a far parte dell'abbigliamento patrizio. Gli occhialetti
divennero così una sorta di esigenza e ancor più i rinomati
occhiali e occhialini col manico d'oro, d'argento o di tartaruga finemente
lavorato. L'avventuriero Giacomo Casanova racconta che la sua famosa monaca di
Murano fosse in possesso di ben tre occhiali dalle diverse specialità
del manico, il quale manico nascondeva un determinato significato nei peccati
d'amore tra donne e uomini; difatti il manico d'oro significava << ti
voglio bene >>, quello d'argento << mi sei indifferente >>
infine quello di tartaruga << va piano, siamo sorvegliati >>. Nel
frattempo le fabbriche lavoravano a buon ritmo e nel 1721 gli operai salirono
circa a 90, con 12 garzoni e tre maestri dell'arte; ma questo periodo
così fruttante non durò molto, la moda cambiava rapidamente e vi
era una forte pressione da parte della concorrenza estera, così prima
del crollo della Repubblica anche le fabbriche conducevano un andamento non
producente. Dopo questa caduta della gloriosissima Repubblica Veneta, da secoli
ormai dominante dei mercati marittimi, dell'industria dell'occhiale non rimane
altro che il nome di una calle << Occhialera >> nella contrada di
san Travaso dove nel 1796 si chiuse l'ultima occhialeria. Proprio in questo
secolo vennero fatte grandi scoperte in campo oculistico e dell'ottica
fisiologica mentre in Francia, Sna, Olanda, Germania, Cecoslovacchia,
Inghilterra e successivamente negli USA, sorsero grandi fabbriche di occhiali.
Nomi molto importanti da ricordare nelle grandi scoperte sono: Cornelio Donders
(1818-l889) che dopo Sturm approfondì gli studi dell'astigmatismo
corneale, Gullstrand grande matematico che risolse numerosi ardui problemi di
ottica che trovarono importanti risvolti nel campo pratico, Beniamino Franklin
che verso la fine del '700 ideò gli occhiali bifocali. Pare che gli occhiali
bifocali siano stati fatti anche da A. Smith (1783) e da S. Pierce
(1760-l788).Le lenti sotto il nome di menischi furono fatte e studiate da
Woliaston (1804), da Dolland e da Ostwald e furono chiamate periscopiche per la
loro superficie più estesa che limitava le aberrazioni periferiche. Le
lenti toriche furono ideate dall'ottico romano Suscipi che le chiamò
così perché consistono nel toro di una colonna, di cui un segmento
può considerarsi avere due curvature circolari, una perpendicolare
all'altra e di raggio diverso. Le prime lenti prismatiche furono usate da Walls
(1792) e da Chevallier (1841) per correggere strabismi. Questi grandi studi dettero
un notevole contributo alla scienza medica non solo come valore teorico ma
anche in campo pratico per venire in aiuto delle deficienze visive.
L'evoluzione della lente correttiva
Abbiamo visto che le prime lenti usate furono quelle biconvesse usate dagli
studiosi per correggere le presbiopia poi vennero introdotte quelle biconcave
per la miopia. Nel XIX secolo gli studi da parte dei matematici delle geometrie
delle lenti e gli studi sull'occhio da parte degli oculisti, portò alla
definizione dell'astigmatismo e di conseguenza alla diffusione delle lenti
cilindriche, bicilindriche, sferocilindriche e toriche. Successivamente un
gruppo di elementi tecnici nel campo furono le lenti bifocali, colorate da
protezione solare e lenti da protezione meccanica.
Le lenti di contatto
Nel XVII secolo sectiunesio, nella << Dioptrique
>> (1637) proponeva di mettere a contatto con la cornea un tubo pieno
d'acqua per accrescerne la potenza, così inoltre affermava che la cornea
aveva un indice di rifrazione molto simile all'acqua (1.33). Con tale artifizio
il potere della cornea veniva annullato e veniva impostata una determinata
curvatura del vetro interno. Da qui nacque il principio del vetro aderente per
correggere quelle particolari malformazioni corneali quali cheratocono e alcuni
astigmatismi irregolari.
GLI OCCHIALI DI GALILEO
Gli 'occhiali' di Galileo: problemi di restauro
Si deve a Galileo Galilei il perfezionamento di un giocattolo per il quale l'occhialaio olandese Hans Lipperhey aveva chiesto un brevetto nel 1608. L'inserimento di due lenti in un tubo permetteva di vedere più vicini gli oggetti lontani, ma gli Stati Generali rifiutarono la concessione del brevetto perché giudicarono che il dispositivo fosse facile, troppo facile a copiarsi. Infatti, nel giro di poco tempo, anche altri ne reclamarono la paternità. Come è noto, Galileo ne ebbe notizia da Paolo Scarpi, quando alcuni esemplari di questi dispositivi già circolavano in Italia. All'epoca, lo scienziato insegnava a Padova. Si mise all'opera e, con la collaborazione, pare, di Marc'Antonio Mazzoleni, produsse propri cannocchiali terrestri. Occorre precisare che il cannocchiale galileiano è del tipo detto anche olandese, consistente di una lente obiettiva convessa e di un oculare concavo. L'oculare è sistemato in modo che la sua focale interna coincida con quella della lente obiettiva. Ma, in realtà, l'occhiale galileiano è non solo il risultato del perfezionamento e potenziamento del tubo ottico: esso è un rivoluzionario strumento di osservazione e scoperta, uno strumento straordinario che permette l'estensione del senso della vista, un dispositivo che cambierà la storia dell'astronomia e aprirà la strada a sviluppi all'epoca inimmaginabili. Galileo costruì il suo primo cannocchiale nell'estate del 1609, a Padova, ed iniziò contemporaneamente le sue osservazioni. Di pari passo, lo scienziato proseguì nell'opera di potenziamento dello strumento, lavorando o facendo lavorare lenti migliori. Mentre era facile costruire un cannocchiale, non era così facile rendere le lenti capaci di maggiori ingrandimenti e nemmeno perfezionarle: gli occhialai e i costruttori di lenti non possedevano all'epoca le tecniche per farlo. I primi che ci riuscirono furono Galileo in Italia e Thomas Harriot in Inghilterra. Galileo presentò nell'agosto del 1609 al senato veneto il suo primo cannocchiale potenziato, il che gli valse un miglioramento nel tenore di vita e un aumento dello stipendio. Continuò poi a migliorare il suo strumento, giungendo a costruirne alcuni capaci di oltre 30 ingrandimenti. Rimane insoluto il dubbio se Galileo costruisse da sé i cannocchiali o se si facesse aiutare. Si sa però che la politura delle lenti, Galileo la affidò a Firenze a Ippolito Francini, a sua volta autore di lenti e cannocchiali firmati in proprio. Lo scienziato pisano chiamò il suo strumento 'occhiale', lo presentò a Roma, all'Accademia dei Lincei, dove fu battezzato 'telescopio', perché permetteva di vedere lontano. Con questo strumento, con lenti lavorate prima a Padova, poi a Firenze da abili artefici, Galileo osservò la luna e le sue montagne, le macchie solari, Venere e le sue fasi, Giove e i suoi satelliti, i 'pianeti medicei', come li chiamò Galileo, Saturno e le sue strane apparizioni. Di queste straordinarie scoperte, rese possibili dal cannocchiale, lo scienziato dette notizia nel Sidereus Nuncius, l'opera con la quale acquistò immediatamente una fama enorme e che egli dedicò a Cosimo de' Medici, assicurandosi così l'agognato ritorno in Toscana e favori di ogni genere. In quanto estensione di uno dei sensi, il cannocchiale ricoprì, come è noto, un ruolo centrale nella rivoluzione scientifica secentesca. Quello galileano, ancora primitivo, sarà da altri ottici perfezionato nel corso del Seicento, ma rimane in ogni caso il primo esempio di uno strumento ottico moderno e segnerà l'inizio delle ricerche astronomiche e delle osservazioni dell'universo. Ecco perché possiamo dire di essere di fronte a strumenti straordinari, unici e preziosi. I cannocchiali sono legati alle memorie galileiane e, come il resto della collezione conservata nel museo di storia della scienza, alla città di Firenze. Provenienti dalle raccolte medicee, essi sono gli unici due strumenti ottici certamente appartenuti allo scienziato pisano e passati nella collezione della Casata fiorentina. Dalla Galleria degli Uffizi, dove la gran parte della collezione era conservata, gli strumenti, nel 1771, passarono nel nascente Museo di Fisica e Storia Naturale, oggi Museo di Zoologia della Specola, voluto da Pietro Leopoldo di Lorena e inaugurato ufficialmente nel 1775. Nel 1807, nel momento dell'inaugurazione del Liceo di Scienze Fisiche e Naturali istituito dalla regina d'Etruria Maria Luisa, i due cannocchiali furono montati insieme alla lente su un supporto arricchito da una dedicatoria molto celebrativa. Nel 1841, con la costruzione della Tribuna di Galileo all'interno della Specola, il trofeo fu lì trasferito insieme alle altre reliquie galileiane e agli strumenti più antichi. Dopo la Prima Esposizione Nazionale di Storia della Scienza, avvenuta a Firenze, nel 1929, gli strumenti scientifici antichi passarono nel neonato Istituto e Museo di Storia della Scienza, aperto nel 1930 nella sede di Piazza dei Giudici. Dei due cannocchiali, il primo è costituito da una serie di listelli di legno incollati l'uno all'altro in modo da formare un tubo. Esternamente il tubo è ricoperto di pelle rossa con decorazioni in oro. All'interno del tubo si trovano tre diaframmi distanziati l'uno dall'altro. Alle estremità del tubo sono inseriti due cilindri estraibili, muniti di diaframmi e contenenti rispettivamente la lente obiettiva, biconvessa, originale, e la lente oculare, biconcava, secentesca, ma non di Galileo. Il cannocchiale era in pessimo stato di conservazione. La parte centrale presentava una marcata flessione, forse dovuta all'uso prolungato: lo schiacciamento del tubo aveva provocato la scollatura dei listelli di legno all'interno. Il tempo, gli spostamenti, le non sempre buone condizioni climatiche ed espositive hanno via via peggiorato lo stato dello strumento. La pelle divenuta sempre più arida si è spaccata e le spaccature si sono accentuate soprattutto nella zona centrale. Dal seicento ad oggi il cannocchiale non era mai stato restaurato: aveva assunto un significato simbolico, quasi mitico e era rimasto intoccato e intoccabile. L'intervento di restauro è stato compiuto nel 1996 e terminato in concomitanza con le celebrazioni del trentennale dell'alluvione. E' stato sponsorizzato dal Soroptimist International Club di Firenze, che ha inteso così ricordare e onorare la memoria della sua socia Maria Luisa Righini Bonelli, direttrice del museo fiorentino, che nel '66, durante l'alluvione, aveva fortunosamente salvato i propri cimeli. Il restauro doveva essere conservativo e di consolidamento, in modo da evitare il degrado, rimediare i danni senza alterare, né modificare in alcun modo la fisionomia e l'identità dello strumento. Sergio Boni, un vero maestro nell'arte del restauro della carta, ha affrontato con la serietà e la maestria che lo contraddistinguono il problema. Ne ha studiato prima le diverse possibilità e ha eseguito una serie di saggi preliminari. Dopo meditate considerazioni, per risolvere lo schiacciamento dei listelli, Boni ha trovato questa singolare ed efficace soluzione. Ha impiegato una sottile camera d'aria, inserita per tutta la lunghezza del tubo e gonfiata fino ad ottenere il sollevamento dei listelli stessi che sono stati immediatamente fissati con iniezioni di metilcellulosa. Le spaccature della pelle e le lacune sulla superficie sono state saldate e integrate con vecchia pelle sfibrata e applicata con metilcellulosa. Anche i diaframmi all'interno del tubo sono stati consolidati con metilcellulosa. Le montature di legno delle lenti erano vistosamente corrose dai tarli. Esse sono state disinfestate e quindi integrate con carta giapponese di medio spessore, 'cotonata' e applicata con metilcellulosa, in modo da consolidare perfettamente la struttura dei cilindri scorrevoli. Il consolidamento così ottenuto è il risultato di tentativi sperimentali che hanno prodotto un metodo completamente nuovo e originale, ideato da Sergio Boni, e assolutamente reversibile. Le saldature e le integrazioni sono state poi ritoccate pittoricamente a neutro. Infine la pelle è stata protetta con crema di cera. Il secondo strumento è costituito da due mezzi tubi di legno ricoperti di carta e tenuti insieme da fili di rame. Anche questo cannocchiale era in pessimo stato di conservazione: il legno povero tarlato, la superficie dei tubi spaccata in più punti, la carta assai rovinata. Le montature delle lenti obbiettiva e oculare, entrambe originali, erano anch'esse molto rovinate e presentavano vistose lacune. Questo cannocchiale, inoltre, era associato tradizionalmente al nome di Galileo, ma non esistevano prove concrete di questa associazione. Il delicato restauro, effettuato dallo stesso Sergio Boni nel corso del 1997, ha permesso un consolidamento delle parti più cedevoli realizzato con metilcellulosa e pasta di carta giapponese. La pulitura, inoltre, ha reso possibile la lettura di parti finora non chiare. Così è emersa l'indicazione manoscritta che collega direttamente, e non più ipoteticamente, lo strumento a Galileo. Infatti, sulla montatura della lente obbiettiva, si legge l'indicazione 'dist: focal . piedi 3 p . '. La calligrafia è senza dubbio quella di Galileo e la misura è quella padovana. Lo strumento quindi può essere con buona probabilità collegato al periodo padovano dello scienziato, potrebbe essere uno dei primi da lui costruiti, dato anche il carattere così povero e primitivo dello strumento, e potrebbe essere stato portato a Firenze direttamente da Galileo quando vi fece ritorno nel 1610, come matematico primario del Granduca. In conclusione, siamo di fronte a interventi di restauro che non solo si segnalano per aver affrontato con grande serietà e professionalità oggetti di tale rilievo, ma anche hanno permesso la decifrazione storica e scientifica di due strumenti che, proprio per il loro essere legati al 'mito' Galileo poco erano stati approfonditi scientificamente. Il restauro li ha quindi restituiti non solo alla conservazione museale, ma anche al mondo della ricerca e della scoperta al quale appartengono di diritto.
GLI OCCHIALI NEGLI ANNI TRENTA
Occhiali negli anni trenta: parte alla
grande 'il sole' Negli anni Trenta il bisogno di
proteggere la vista dalla luce abbagliante del sole, dai riflessi dell'acqua in
movimento e dal bianco delle nevi, rese addirittura indispensabile l'uso delle
lenti colorate, in questo caso montate su fusti di materiale sintetico (come la
celluloide, non soggetta a surriscaldamento come succedeva, invece, alle
montature di metallo che diventavano importabili). Anche sulle riviste, con gli
ultimi modelli di abiti consigliati per il mare e la spiaggia, vero
occhiali da sole per signora in celluloide bianca o trasparente: occhiali che
lentamente si avviavano a divenire un accessorio indispensabile al look per
così dire sportivo-elegante. Le forme variavano dal triangolare
all'ottagonale e la rivisitazione di qualche modello li avvicinava a occhiali
da motociclista o da saldatore. Normali quelle con lenti marrone e montatura di
celluloide 'uso' tartaruga, eccentrici quelli a forma di corolla di
fiore. Una variante alle montature di 'serie' era rappresentata da
quella sempre in materiale sintetico, un po' più ampia e che al posto
delle astine (stanghette) presentava una fessura, ideale per far passare il
foulard da annodare sulla nuca: un tocco di colore ton sur ton con l'abito che
si indossava. E poiché aria e sole potevano danneggiare il contorno occhi, alle
signore degli anni Trenta gli occhiali da sole venivano vivamente consigliati
per ovviare a spiacevoli rughe antiestetiche e precoci. Ecco perché, insieme a
creme abbronzanti, nutrienti e curative, in quegli anni gli occhiali vero
sempre più di frequente come una protezione indispensabile per la salute
della propria pelle. Tra tutti i modelli, quelli in celluloide bianca con lenti
blu furono un vero trionfo.
E per gli uomini?
Per gli uomini nessuna frivolezza: l'occhiale per loro era soltanto simbolo
di serietà. Gli occhiali, infatti, rappresentavano un modo per ostentare
il proprio 'status', il
proprio ceto sociale, insomma, un qualcosa da esibire a ogni costo. Le lenti,
invece, erano aborrite dai giovanotti italiani, perché ammettevano palesemente
un'inferiorità. Il regime fascista addirittura disdegnava gli occhialuti,
soprattutto nel caso appartenessero alla categoria degli intellettuali.
Infatti, la dottrina di Mussolini propugnava ideali di forza e di superomismo
ai quali mal si sarebbero sposati un paio di occhiali sul naso volitivo. Si
narra che il Duce avesse fatto adattare, per la sua segretaria personale, una
macchina da scrivere con le lettere dei tasti ingrandite, perché
'Lui' non dovesse ricorrere agli occhiali per leggere le quotidiane
note informative. Scrittori, artisti, uomini politici, ostentavano occhiali
dalle montature rotonde con o senza astine, di metallo o di celluloide nera,
seri e impersonali, resi famosi se indossati da personaggi come Bertold Brecht,
il commediografo tedesco. Le Corbusier, invece, disegnò la sua
personalissima montatura, che divenne nota come 'ammiccamento
d'intesa' tra gli allievi, ammiratori, simpatizzanti, seguaci e studiosi
delle rivoluzionarie teorie di uno dei massimi esponenti del design e
dell'architettura del XX secolo. Anche gli occhiali da sole per uomo assunsero una
connotazione di serietà. Le uniche bizzarrie erano concesse agli
sportivi, per i quali continuò una produzione specifica e mirata. In
montagna le lenti gialle aiutavano a proteggersi dal riverbero sulla neve.
Mentre in motocicletta, mezzo ai tempi sempre più in uso, l'utilizzo
dell'occhiale divenne assolutamente indispensabile: occhialoni enormi e super
protettivi, proprio come i corridori automobilistici, dai quali i
'centauri' adottarono casco di cuoio e berretto a visiera, oltre che,
appunto, gli occhiali.
Usi e costumi a 'stelle e strisce'
Anche grazie al contributo degli americani, l'uso degli occhiali divenne
consuetudine. E ciò, proprio per merito dei gangster del proibizionismo,
i quali, approfittando delle loro proprietà 'mascheranti',
inforcavano scure lenti fumé che li rendevano criminalmente popolari non solo
nei film. In doppiopetto scuro, con le Duilio ai piedi nella versione tinta
unita o bicolori (marrone e crema o nere e bianche), l'impermeabile stretto in
vita e l'immancabile cappello a tesa larga, con o senza sigaro in bocca, ma
sempre con gli occhiali scuri, per occultarsi, e qualche pistola infilata nelle
tasche o nella fondina sotto l'ascella. Fu proprio così che la ura
del gangster italo-americano entrò nella leggenda, anche grazie alla
divulgazione che ne fece il cinema americano. Inoltre, sempre restando negli
States, i responsabili dell'aviazione militare si rivolsero alla Bausch &
Lomb, una delle più importanti fabbriche americane di lenti, per
risolvere il problema della luce abbagliante per i piloti dell'aeronautica
quando volavano ad alta quota. Venne dunque ideato quel particolare tipo di
occhiale da sole, con lenti verdi a goccia con una curvatura per l'assorbimento
dei raggi solari, che anche il generale McArthur inforcava nelle sue missioni
durante la seconda guerra mondiale. Usciti dopo la guerra dallo stretto ambito
militare, furono universalmente riconosciuti, usati e apprezzati come Ray-Ban,
concettualmente traducibile in 'para-raggio' - solare, ovviamente.
Corollario degli occhiali da sole, succedanea in situazioni sportive, con
funzioni protettive era la visiera arrotondata di celluloide verde, tenuta
sulla fronte da una fascia elastica che passava dietro alla nuca; venne usata
dai tennisti, per i quali gli occhiali da sole avrebbero rappresentato un serio
impiccio. In ambito meno oculare, la stessa visiera veniva utilizzata dai
giocatori d'azzardo, dai 'pokeristi', per proteggersi da sguardi
indiscreti oltre che dalla luce artificiale, durante le lunghe nottate trascorse
ai tavoli verdi del gioco clandestino.
Da Seneca alla fine del XVII secolo
Seneca,
precettore di Nerone, sapeva che piccoli oggetti osservati attraverso una sfera
di vetro colma di acqua apparivano ingranditi. Plinio, invece, nei suoi scritti
diceva che Nero princeps gladiatorum pugnas spectabat in smaragdo, forse perché
un certo 'taglio' dello smeraldo consentiva un ingrandimento casuale
o forse perché il verde di questa pietra fungeva da riposante per la vista. I
Romani poi utilizzavano un particolare elmetto da guerra, ocularium, che in
corrispondenza degli occhi aveva uno o due fori coperti da cristalli per
proteggerli dalla polvere.
Occhiali fessurati in legno (Australia, 1989)
Il fisico arabo Ibn Al Haitam detto Alhazen (vissuto tra il 990 e il 1038),
e due secoli dopo Ruggero Bacone (1214-l294), si avvicinarono alla scoperta
della lente, ma rimanendone a un passo: insistevano nel porre la lente sopra
l'oggetto da ingrandire anziché direttamente davanti agli occhi. Si creò
comunque una prima distinzione tra lente di ingrandimento, detta lapides ad
legendum o pere da lazer a Venezia e gli occhiali detti vitreos ab oculis ad
legendum o 'roidi da ogli', molto diffusi alla fine del Duecento e
considerati un accessorio indicativo del ruolo intellettuale e del rango di chi
li indossava. Si dice che il primo vero occhiale sia so per opera di un
artigiano vetraio rimasto ignoto, nel 1300, quando venne formalizzata una serie
di norme della corporazione degli artigiani vetrai veneziani. Allora le lenti
erano in cristallo di rocca o in berillio. Inizialmente fu severamente proibito
ai vetrai di vendere sia gli occhiali che le lenti come fossero cristalli. Ma,
dopo un anno circa, i sovrintendenti alle Arti permisero, a chi lo voleva, di
fare i vitreos ab oculis ad legendum, così che questi prodotti divennero
peculiarità degli artigiani vetrai veneziani. Poco tempo dopo in un suo
manoscritto fra Giordano da Rivalto, morto nel 1313, dichiarava: 'Non
è ancora vent'anni che si trovò l'arte di fare gli occhiali che
fanno veder bene'.
Input a costruire occhiali e primi modelli I primi occhiali erano costituiti da due lenti rotonde
cerchiate di cuoio riunite da due piccoli segmenti legati a un perno affinché
rimanessero più stabili in viso. Due 'legacci', sempre in
cuoio, da annodarsi intorno al capo ne assicuravano maggiormente la fermezza.
Nel Medioevo a stimolare la costruzione di occhiali non furono certo le
necessità degli studiosi, all'epoca una rarità, bensì il
numero di contabili in continuo aumento grazie al crescente progresso sociale
ed economico del tempo. Ebbene, fu proprio la necessità di leggere
nitidamente ine intrise di numeri e ordinativi a segnare la storia degli
occhiali. I primi occhiali avevano lenti convesse e correggevano solo la presbiopia
dei vecchi. Anzianità era sinonimo di saggezza e il più grande
omaggio reso a un uomo di rispetto era ritrarlo con un paio di occhiali
inforcati sul naso. Gli occhiali, da allora, assunsero un valore allegorico e,
inoltre, diventando attributo tipico di San Gerolamo, considerato precursore
dell'Umanesimo cristiano, si arricchirono del significato simbolico allusivo
alla 'vista' di chi sa intuire chiaramente la verità.
Folli allegorie
Nel Quattrocento vero anche le prime lenti concave per i miopi e
l'esigenza di creare un sistema ancor più idoneo che a contenerle
divenne urgente, perché non servivano più solo per la lettura. Furono
fermati dietro le orecchie da un'asola di cuoio passante e sulla fronte da un
sostegno verticale di metallo che curvandosi si affrancava alla testa con un
berretto o con una fascia frontale. Da alcune tracce di rapporti epistolari tra
nobildonne e nobiluomini dell'epoca si rileva che il commercio e l'uso degli
occhiali erano all'epoca molto diffusi (Alessandra Maccinghi Strozzi li citava
nelle sue lettere al lio; il duca Francesco Sforza ordinò per lettera
a Niccodemo Tancredini tre dozzine di occhiali, un documento che tra l'altro
comprova che anche Firenze si stava specializzando negli occhiali). Tra il Quattrocento
e il Cinquecento agli occhiali venne attribuito anche un valore demoniaco: gli
occhiali divennero superbo attributo di Lucifero. Mentre per le allegorie
magiche del Nordeuropea del XVI secolo, legate all'alchimia, a scienze occulte
e ermetismo, gli occhiali divennero caratteristica distintiva del folle. La
tradizione popolare, infatti, rappresentava i dotti, i sapienti e gli studiosi
diventati matti - giacché vittime della troppa cultura - con cappuccio
tintinnante di campanelli e con gli occhiali.
Un occhiale per tutti, dagli antichi sportivi alla nobiltà barocca
Nei secoli seguenti, l'impiego di molle e passi flessibili assicurarono gli
occhiali sul naso, e
vennero impiegati materiali più leggeri. Il legno e il corno
(pesantissimi) provocavano, infatti, nasi gonfi e insopportabili emicranie. Nel
XVI secolo i modelli con le stringhe di cuoio per legarli intorno alla testa
assunsero connotazioni sportive, assolutamente impensabili all'epoca: i
pescatori siciliani li usavano tuffandosi per la raccolta del corallo.
L'occhiale divenne uno degli oggetti più preziosi nella mercanzia dei
venditori ambulanti. Nel secolo barocco, oro e argento finemente cesellati,
incastonati di gemme, adattarono gli occhiali al gusto ridondante dei ricchi e
dell'epoca. Nel Seicento la lente singola tenuta da un manico prezioso era in
auge per la lettura di corrispondenze galanti, per la 'vista lunga' e
per apprezzare anche da lontano le rappresentazioni dei teatri di corte. Nel
frattempo fanno la loro sa gli occhiali da parrucca, con un prolungamento
metallico per farli stare fermi davanti agli occhi, da infilare sotto la
parrucca stessa o sotto il berretto. Un sistema talmente poco pratico che fu
presto sostituito dall'invenzione degli 'occhiali da tempia', ossia
con le astine o stanghette, perfezionate e commercializzate intorno al
1727/1730 dall'ottico londinese Edward Scarlett. Inizialmente le stanghette non
arrivavano fin dietro le orecchie, ma esercitando pressione sulle tempie
garantivano comunque stabilità. Spesso erano invece dotate di anelli cui
legare dei nastri da fermare poi dietro la testa, come era in uso nel
Cinquecento e nel Seicento. E proprio in quel periodo nacque l'espressione
'quattr'occhi e due stanghette', per definire un occhialuto.
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