Dopo il primo conflitto mondiale, vincitori e vinti avevano
problemi diversi, ma uno fu comune a tutti: riconvertire le industrie di guerra
in industrie di pace. Durante il conflitto, l'intero apparato produttivo era
stato finalizzato a rifornire il fronte, in viveri, armi, materiali. Ma ora era
necessario ricostruire, ridare fiato al commercio, rimettere in moto il sistema
economico. La gran protagonista del sistema industriale del dopoguerra fu
l'automobile, prodotta in serie secondo criteri nuovi. I primi esemplari
d'automobile risalgono al 1890, ma questa macchina restò a lungo
soltanto un giocattolo costoso, difficile ad usarsi e costruito su misura per
clienti ricchi, che potevano permettersi la spesa iniziale, gli elevati costi
di manutenzione e d'esercizio, il salario dell'autista. Le prime automobili si
guastavano in continuazione, perché i motori erano fragili, i pneumatici non
resistevano alle strade in cattivo stato, le sospensioni si rompevano
facilmente. Mancavano le officine, i pezzi di ricambio, le pompe di benzina.
L'idea di fare dell'automobile un prodotto di gran diffusione fu di un
industriale statunitense, H. Ford: era un'idea rivoluzionaria che avrebbe ben
presto modificato non solo la qualità dei trasporti, ma anche il modo
stesso di concepire la produzione industriale. Fu lui ad impiantare le prime
fabbriche automobilistiche che producevano in serie, utilizzando la catena di
montaggio dove gli operai, con l'aiuto delle macchine utensili, lavoravano con
ritmi serrati e precisa coordinazione. Queste fabbriche iniziarono a produrre
nel 1905 il <<modello T>>, un veicolo goffo e sbuffante, ma con
l'enorme pregio di avere un prezzo accessibile, alla portata di molte famiglie
americane. Il successo fu travolgente: nel 1915 ne circolava un milione
d'esemplari, nel 1924 dieci milioni. Negli Stati Uniti l'esempio di Ford fu
subito imitato. Sorsero nuove fabbriche, nuove marche, si produssero nuovi
modelli; le automobili abbandonarono il colore nero che ricordava le vecchie
carrozze a cavalli e si ricoprirono delle tinte più smaglianti, si
perfezionarono nella meccanica, divennero più sicure e veloci. Nel 1927
fu stabilito il record di velocità con 325 km/h: appena vent'anni prima
una corsa automobilistica era stata vinta alla media di 25 km orari! I
fabbricanti europei continuarono ancora per qualche tempo a produrre automobili
con criteri artigianali, esemplari pregiata dalle rifiniture di lusso e dal
prezzo proibitivo, ma finirono presto per adeguarsi ai nuovi metodi americani.
Dopo la guerra, industrie come la Morris inglese, la Citroen e la Renault
francesi, la Dailmer-Benz (Mercedes) tedesca, la Fiat italiana riempirono anche
il vecchio continente d'automobili relativamente a buon mercato. <<Buona
fortuna, Mr. Ford ! - aveva augurato un giornalista americano. - Ci vorranno
cento anni per dire se ci avete fatto del bene o del male. Ma una cosa è
certa: non ci lascerete come ci avete trovato>>. Questa profezia si
è avverata: poche altre invenzioni hanno, infatti, trasformato la nostra
vita come l'automobile. Con l'automobile si accorciava i tempi e le distanze,
si poteva conoscere meglio il mondo. Cambiò anche l'aspetto delle
città: la rapidità degli spostamenti fece crescere le periferie e
i sobborghi perché ora era possibile raggiungere in pochi minuti il centro
cittadino, la fabbrica, l'ufficio. Ma questo provocò anche ingorghi,
l'inquinamento dei gas di scarico, un aumento del rumore. Nelle antiche
città europee, le vie strette e tortuose divennero veri e propri inferni
per gli abitanti. La crescita dell'industria automobilistica ebbe tuttavia
effetti corretti sull'intero sistema economico. Essa svolse, infatti, un ruolo
analogo a quella della ferrovia verso la metà dell'Ottocento. Consumava
su vasta scala prodotti semilavorati (acciaio laminato, legno, vetro, vernici),
elemento (pneumatici, lampadine, batterie, ecc.); richiedeva migliaia d'addetti
per le riparazioni e la manutenzione; dava un impulso fortissimo agli
investimenti dello stato in strade, ponti, gallerie. Essa poneva continuamente
nuovi problemi alla metallurgia, alla chimica, all'ingegneria e ciò
aveva riflessi importanti anche su altri tipi d'industrie. Nel dopoguerra gli
Stati Uniti conobbero un boom, cioè una crescita economica senza
precedenti: in soli sette anni, tra il 1922 e il 1929, la produzione
industriale aumentò del 64%. Le masse correvano ad acquistare i nuovi
prodotti che le industrie producevano a ritmi vertiginosi: automobili,
elettrodomestici, apparecchi radio, grammofoni e tanti altri oggetti che fino a
qualche tempo prima la maggioranza della popolazione considerava solo un lusso
e che ora apparivano una necessità. Per riuscire a vendere i loro
prodotti, le industrie e i negozianti concedevano amenti dilazionati (le
cosiddette <<vendite a rate>>) che mettevano alla portata di molti
acquirenti merci che altrimenti sarebbero state troppo care, e lanciavano
camne pubblicitarie che suggestionavano il pubblico spingendolo a spendere.
Le banche offrivano denaro in prestito con molta facilità e ad interessi
assai convenienti. Sembrava che questo benessere e questa corsa ai consumi non
dovessero aver mai fine e che il <<modo di vita americano>> avrebbe
garantito sempre nuova felicità. Eppure il sistema era minato
all'interno da un grave squilibrio: mentre aumentava a dismisura la
quantità delle merci prodotte, non aumentava nella stessa misura il
potere d'acquisto della gente: i salari dei lavoratori, infatti, restavano
stabili, mentre esistevano ancora grandi masse di disoccupati che non
guadagnavano nulla. Gravi sintomi di crisi cominciò a manifestare anche
l'agricoltura. I contadini americani avevano realizzato notevoli guadagni
rifornendo l'Europa durante gli anni di guerra e del primo dopoguerra. Man mano
che l'agricoltura europea si riprendeva e cominciava a produrre quello che
prima era necessario importare, gli agricoltori americani incontravano
crescenti difficoltà nella vendita dei loro raccolti, che si
accumulavano nei magazzini. Essi furono quindi costretti ad abbassare i prezzi
(fino a 2/3 in meno rispetto ai prezzi del periodo di guerra) e questo
significò un crollo dei loro guadagni. Guadagnando meno, i contadini
avevano anche meno denaro da spendere per l'acquisto dei prodotti industriali.
Negli anni del boom gli agricoltori avevano contratto debiti con le banche per
l'acquisto di macchinari; la crisi rendeva inutili le macchine, e impossibile
la restituzione dei debiti. Molte banche si trovarono in grave
difficoltà, molte fallirono. Il sistema economico americano
cominciò a scricchiolare sotto il peso di queste difficoltà, ma
l'ottimismo era duro a morire: tutti erano convinti che si trattasse di una
crisi passeggera e che non vi sarebbe stata nessuna catastrofe. La catastrofe
esplose invece nel 1929 e in una forma talmente violenta che ancora oggi gli
storici e gli economisti la considerano la più grave crisi mai
verificatasi nel mondo capitalistico. L'allarme partì dalla Borsa. Si
chiama così il luogo dove si comprano e si vendono i titoli azionari,
detti comunemente azioni. Le azioni sono quote del capitale delle industrie e
delle altre imprese che sono offerte in vendita a privati cittadini: un piccolo
risparmiatore potrà possedere anche una sola azione, un grande affarista
diverse migliaia. Mettendo in vendita le azioni le imprese ottengono denaro
fresco dai finanziatori. Alla fine d'ogni anno le aziende calcolano il totale
dei loro guadagni e li distribuiscono tra i vari azionisti (così si
chiamano i proprietari delle azioni), in proporzione al numero delle azioni che
ciascuno possiede. Le azioni hanno anche un valore di mercato: se io compro un
milione di lire d'azioni di una piccola azienda e questa ultima ottiene
notevoli successi, fino a diventare florida e ricca, il valore delle mie azioni
aumenterà in proporzione alla crescita dell'azienda; le mie azioni
varranno, per esempio, un milione e mezzo di lire. Se invece le cose vanno male
e gli affari dell'azienda diminuiscono, anche le mie azioni diminuiranno e non
varranno più un milione, ma meno. Negli anni del boom molti Americani
comprarono azioni, sicuri di realizzare rapidamente lauti guadagni: tutto
filava liscio, il valore delle azioni aumentava, le aziende andavano a gonfie
vele e molti risparmiatori si arricchirono facilmente. La gente, di
conseguenza, era disposta a comprare azioni a qualsiasi prezzo, nella
convinzione che fosse un buon affare (in economia anche i fattori psicologici
ed emotivi hanno il loro peso). Ad un certo punto, però, il valore delle
azioni, salito molto in alto, non corrispondeva più al valore reale
delle imprese che le avevano emesse. Fin tanto che l'economia non si espandeva,
nessuno si accorse della gravità del fenomeno, ma appena si
cominciò a capire che la crisi si avvicinava e che le imprese
incontravano difficoltà crescenti, tutti vollero rapidamente disfarsi
delle loro azioni, nel timore che il loro valore crollasse. A Wall Street, la
Borsa di New York, il 24 ottobre 1929 tredici milioni d'azioni furono messi in
vendita nello stesso giorno, mentre il panico si diffondeva in tutti gli
ambienti finanziari: azioni che fino a qualche giorno prima erano quotate
centinaia di dollari erano vendute anche a dieci volte meno. Migliaia di
risparmiatori furono rovinate, le banche avevano partecipato alla corsa
all'acquisto delle azioni fallirono, le industrie si ritrovarono senz'altro
finanziamenti e molte dovettero chiudere. I disoccupati raggiunsero la cifra
record di 14 milioni. Nelle città, che avevano perso lo smalto e
l'allegria degli anni del boom, file interminabili di cittadini facevano la
coda per ottenere una minestra presso i centri di assistenza, nelle camne i
raccolti erano lasciati marcire perché non avevano acquirenti. Questa tremenda
crisi fu <<esportata>> dagli Stati Uniti in Europa: i rapporti
commerciali ed economici tra l'Europa e l'America erano ormai troppo stretti
perché gli effetti non si risentissero anche in Francia, in Inghilterra, in
Germania, in Italia. Venuti meno i finanziamenti americani e crollata la
possibilità di esportare prodotti negli Stati Uniti, anche l'industria e
l'agricoltura europee furono travolte dalla crisi: anche qui disoccupazione e
miseria divennero parole all'ordine del giorno. In Russia e altrove i marxisti
interpretarono questa crisi come il segno del crollo imminente del capitalismo
mondiale, preludio all'espansione e al trionfo del socialismo su tutto il
pianeta. Ma le cose andarono diversamente. L a crisi dilagò fino al
1932. Quell'anno il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, da poco
eletto, varò un <<nuovo corso>> (New Deal), che prevedeva il
massiccio intervento dello stato nell'economia nazionale. Fino a quel momento
la regola ferrea del capitalismo americano era stata la piena libertà
dell'iniziativa economica individuale, la quasi totale mancanza di vincoli
all'attività dei cittadini in campo commerciale e finanziario. Ma dopo
la catastrofe era necessario cambiare rotta: il governo prese le redini della
situazione e divenne l'unico arbitro dell'economia americana. Roosevelt fece
subito approvare alcuni provvedimenti molto efficaci: lanciò un vasto
programma di lavori pubblici finanziati dallo stato, nei quali trovarono
impiego milioni di disoccupati; i salari furono aumentati e l'orario di lavoro
nelle fabbriche fu diminuito per consentire l'assunzione di nuovi operai; il
sistema bancario e la Borsa furono messi sotto controllo; furono fissati i
prezzi minimi dei prodotti agricoli per impedire l'ulteriore abbassamento del
tenore di vita degli agricoltori. Il New Deal ebbe un clamoroso successo.
Gradualmente i cittadini furono sottratti allo spettro della fame e si rimise
in moto il meccanismo produttivo, i negozi furono riaperti, l'agricoltura
tornò ad essere un'attività redditizia. Restava la piaga della
disoccupazione (7 milioni di disoccupati nel 1937), ma nelle sue forme
più gravi la crisi poteva dirsi superata. Il benessere diffusosi negli
Stati Uniti dopo la guerra portò con se una corsa ai divertimenti, ai
piaceri dell'esistenza, e comportamenti più liberi. L'opinione pubblica
vide in questo fenomeno un pericoloso segnale d'amoralità. Alcuni
attribuirono la rilassatezza dei costumi all'eccessivo consumo d'alcool e
chiesero a gran voce la proibizione della vendita di bevande alcoliche su tutto
il territorio nazionale. Cosa che il governo fece con una legge del 1920, che
inaugurò l'età del proibizionismo. La proibizione dell'alcool
mirava in primo luogo a colpire i negri e gli immigrati, accusati di essere i
maggiori consumatori di liquori e di inquinare con il loro comportamento
sregolato la morale del popolo americano; ma essa si rivolgeva anche contro
tutti quegli Americani che si abbandonavano ai piaceri dell'esistenza
quotidiana, dimenticando le tradizioni che avevano reso grande gli Stati Uniti.
C'è appena bisogno di affermare che l'alcool non era certo responsabile
di tali trasformazioni sociali. Abbiamo già altre volte incontrati
fenomeni del genere: le paure collettive della gente si concentrano su singoli
gruppi di persone che sono indicate come responsabili d'ogni male. Quando gli
uomini perdono il controllo sulla realtà che li circonda, quando essa
diventa quasi all'improvviso incomprensibile e quindi inaccettabile, la
reazione si abbatte sul primo <<nemico>> che capita e che diventa
il simbolo su cui riversare ogni aggressività. La camna contro
l'alcool rivelava, in effetti, una profonda lacerazione all'interno della
società americana. Essa fu lanciata dai rappresentanti della
<<Vecchia America>>, conservatori in politica e ostili ai
cambiamenti sociali, che esprimevano i sentimenti dell'America provinciale dei
villaggi e delle fattorie. Costoro si opponevano all'America delle grandi
città, successione, aperta al nuovo, sensibile a un modello di vita
più libero e spregiudicato. I risultati del proibizionismo furono
disastrosi. Mentre una parte del paese si mobilitava contro l'alcool, i contrabbandieri
facevano affari d'oro e il mercato nero dilagava. L'enorme giro di denaro
creatosi intorno a questo commercio clandestino diffuse la corruzione:
poliziotti, magistrati, pubblici funzionari, uomini politici furono corrotti
per chiudere un occhio sui traffici illeciti. Le distillerie clandestine
sorgevano come funghi: producevano bevande prive di qualsiasi garanzia
igienica, che provocarono in media 5.000 morti l'anno, oltre a migliaia di casi
di cecità e paralisi. Il contrabbando alimentava la ricchezza e il potere
dei gangster, criminali che controllavano spesso veri e propri imperi economici
basati anche sulle rapine, sul gioco d'azzardo, sulle estorsioni, sulla droga,
sulla prostituzione. Gangster come Al Capone avevano un potere immenso, con
profonde modificazioni nei vertici del mondo politico. Ma il proibizionismo
ebbe anche un altro effetto, che i suoi sostenitori non avrebbero mai
immaginato: fece aumentare notevolmente il consumo di alcolici. Un sorso di
whisky o un boccale di birra, che prima era considerati piaceri piccoli e
banali, erano diventati all'improvviso avvenimento interessante. La proibizione
n'accresceva il fascino. In una società fondata sul mito del denaro, i
ricchi erano inoltre gli idoli da imitare. Il cinema, la radio, i giornali raccontavano
al popolo la loro vita dorata, che faceva sognare l'americano medio. E i ricchi
bevevano. La battaglia contro l'alcool era dunque perduta in partenza: ben
presto anche quello stesso mondo <<all'antica>> da cui era partita
la crociata si lasciò conquistare dal nuovo modello di vita. Quando nel
1933 il proibizionismo fu abrogato, furono in pochi a protestare.